In una galleria dello Smithsonian Air and Space Museum di Washington si può osservare, accanto ai cimeli più importanti nella storia del volo, un oggetto che a prima vista potrebbe apparire fuori posto. Si tratta di un sari, la tradizionale veste indiana colorata, esposto perché appartenuto a una delle “rocket women” che hanno permesso all’India di arrivare su Marte, superando ostacoli tecnici e pregiudizi radicati. Il suo nome è Nandini Harinath.
Nata a Bangalore da un’insegnante di matematica e da un ingegnere, Nandini Harinath ha la fortuna di crescere in una famiglia che incoraggiava lo studio e la curiosità e il merito di metterla a frutto nel modo migliore.
La sua passione per lo spazio nasce dalle puntate di Star Trek guardate da bambina insieme ai genitori: dopo gli studi scientifici si laurea in ingegneria e si candida all’Indian Space Research Organisation, l’agenzia spaziale indiana, che la assume nel 1996.
Per quasi vent’anni lavora a satelliti per telecomunicazioni e osservazione della Terra, costruendosi una reputazione di ingegnera meticolosa e affidabile, fino alla svolta del 2012. Dopo uno studio di fattibilità dai risultati incoraggianti, il primo ministro Manmohan Singh dà il via libera a un progetto che sembra impossibile: l’India deve raggiungere Marte. E deve farlo in appena un anno e mezzo e con un budget di settantaquattro milioni di dollari, meno di quanto sia costato girare il film “Gravity”. Nandini diventa progettista di missione del Mars Orbiter Mission, ribattezzato Mangalyaan, che in sanscrito significa “veicolo per Marte”.
Sono mesi di lavoro massacrante. Nandini è tra i responsabili del gruppo che progetta le traiettorie, calcola le manovre, prepara i piani di emergenza per ogni cosa che potrebbe andare storta in un viaggio interplanetario di 298 giorni.
Il 5 novembre 2013 il PSLV-C25 si stacca dalla rampa di Sriharikota; il 30 novembre la sonda lascia l’orbita terrestre per puntare verso Marte. Il 24 settembre 2014 Mangalyaan si inserisce nell’orbita marziana. L’India diventa la prima nazione asiatica ad arrivare in orbita intorno a Marte, precedendo giganti del settore come la Cina e il Giappone. Nelle sale di controllo le scienziate dell’ISRO in sari colorati si abbracciano tra le scrivanie.
Mangalyaan smette di comunicare con la Terra nel 2022, dopo aver superato di sette anni la sua aspettativa di vita operativa. L’impresa entra nell’immaginario della nazione: l’immagine della sonda compare sulle banconote da 2000 rupie, accanto al volto di Gandhi, e la missione viene raccontata dal film di Bollywood “Mission Mangal”, che incassa l’equivalente di 35 milioni di euro.
Nandini riceve importanti premi scientifici e usa la popolarità ottenuta per contrastare i luoghi comuni: «È un mito che le donne non siano portate per la matematica e le scienze. Io vorrei essere ricordata come una scienziata, non come una scienziata donna.»
Nel 2021 Nandini dona allo Smithsonian il sari che indossava il giorno in cui Mangalyaan ha lasciato l’orbita terrestre: un modo per ricordare che la scienza non ha nazionalità e non ha genere.
@destinazione_stelle che mito!


