Da InvictaPalestina
La polizia basca formata da aziende israeliane: chi ha addestrato gli agenti che hanno caricato la Flotilla?
Il 23 maggio 2026, nell’aeroporto di Loiu, a Bilbao, gli attivisti della Global Sumud Flotilla, reduci dal sequestro e dalle torture da parte delle Forze Israeliane, in acque internazionali, sono stati accolti da una carica della polizia basca (Ertzaaintza). Quattro gli arresti. Manganellate su persone con costole fratturate. Un ginocchio sulla testa di un fermato, nella stessa postura, dicono i testimoni, usata dai militari israeliani durante la detenzione in mare.
Tutto è avvenuto davanti ai familiari e sostenitori degli attivisti, con le telecamere belle puntate.
E così lo spazio pubblico, nella sua forma più letterale, un terminal aeroportuale pieno di familiari, è diventato teatro di una brutale e ingiustificata repressione fisica per un abbraccio di troppo.
È la burocrazia della sicurezza, che invade e sovrascrive la dimensione comunicativa dell’incontro umano, trasformando l’abbraccio tra un familiare, che non doveva oltrepassare una linea, e un attivista appena liberato, una minaccia all’ordine pubblico.
Così come accade nei territori palestinesi occupati, l’atto comunicativo primordiale, che andrebbe trattato come tale, diventa un pericolo da neutralizzare: chi oltrepassa la linea muore. Ci sono i checkpoint da rispettare.
L’accusa della Flotilla alle istituzioni basche di aver importato “dottrine di sicurezza” israeliane attraverso contratti commerciali con imprese private è particolarmente grave: indica che la catena della legittimazione democratica è stata cortocircuitata.
I cittadini non sanno (e non possono discutere pubblicamente) con quali metodi e da quali soggetti privati viene formato il corpo di polizia che li governa, violando il principio di trasparenza su cui si fonda l’agire comunicativo in politica.
L’attivista Javi Aparente ha riconosciuto la stessa tecnica di immobilizzazione usata dai militari israeliani in mare e dalla Ertzaintza in aeroporto.
Ciò significa che vi è un insieme di pratiche corporee che circolano globalmente attraverso reti di formazione militare, contratti di sicurezza privata e trasferimenti tecnologici.
Non a caso, i giornali israeliani e della destra nostrana hanno ironizzato su questo grave episodio di violenza: si sono riconosciuti nei manganelli alzati e piombati sui corpi degli attivisti, in una sorta di fratellanza d’odio contro i movimenti pacifisti.
L’aeroporto di Bilbao, dunque, è diventato suo malgrado lo specchio della rete globale di gestione dei corpi dissidenti.
La Flotilla accusa esplicitamente Guardian Defense & Homeland Security e ISDS come i vettori attraverso cui la violenza sistemica si fa invisibile, si normalizza, si presenta come “professionalità” e “standard operativi”.
Si sbaglia chi crede che la brutalità abbia bisogno di ordini politici espliciti, chiamando in causa addirittura Pedro Sánchez: essa è già incorporata nei protocolli.
Il ginocchio sulla testa, replicato con precisione quasi meccanica in contesti geografici diversi, rivela che la violenza non viene solo applicata ma esibita come dimostrazione di capacità, come messaggio a chi osserva. Il trauma dei testimoni, poi, è parte integrante della funzione comunicativa della forza, cosicché il poliziotto, l’agente o la guardia possa congratularsi con se stesso per avere eseguito alla perfezione quanto imparato nel corso di “formazione” made in Israele.
Sebbene la democrazia abbia gli strumenti per autocorreggersi, serve che il dibattito pubblico non venga eroso da omissioni e cortine di fumo.
Chiedere allo Stato basco di rescindere i contratti con le imprese israeliane di sicurezza è necessario ma non sufficiente: fin quando le stesse logiche sistemiche, la privatizzazione della sicurezza, la mercificazione delle tecniche di controllo e la criminalizzazione del dissenso resteranno intatte, i contratti cambieranno nome, ma le pratiche violente non verranno nemmeno sfiorate.
Abbiamo visto le immagini di corpi feriti che si gettano sugli altri corpi per proteggerli, dei corpi di attivisti immobilizzati nella stessa postura in continenti diversi.
Stavolta, corpi appena dimessi dall’ospedale sono stati nuovamente colpiti. Di fronte al manuale imparato a memoria negli addestramenti, l’empatia e i diritti umani e civili sono i primi a morire.
Ma i corpi non mentono nel modo in cui mentono le ideologie: il riconoscimento istintivo di Javi Aparente (questo l’ho già vissuto, su un’altra barca) è una forma di conoscenza che nessuna narrazione ufficiale può cancellare facilmente.
Quanto accaduto all’aeroporto di Bilbao ieri ha reso visibile la rete di connessioni normalmente tenute nell’ombra: tra sicurezza privata e dottrina militare, tra repressione locale e logiche globali, tra la violenza esercitata in acque internazionali e quella esercitata in una sala arrivi europea.
Il consigliere per la Sicurezza dei Paesi Baschi, Bingen Zupiria, soltanto oggi ha “lamentato” gli incidenti avvenuti sabato.
“Si trattava di permettere alle persone in arrivo di ricevere il saluto di chi le aspettava, e si trattava anche di permettere a chi stava lasciando l’aeroporto di farlo normalmente. Viste le immagini, è evidente che non siamo riusciti né nell’uno né nell’altro”, ha dichiarato Zupiria nella conferenza stampa di poco fa.
“Lamento quello che è successo ieri, e lo lamento doppiamente. Lamento gli eventi, le cariche e le situazioni che si sono prodotte, e lo lamento in modo particolare perché era già concordato come avrebbe dovuto svolgersi tutto”, ha aggiunto il consigliere, concludendo che “non avrebbe dovuto succedere quello che è successo”.
Eppure i Paesi Baschi sono una delle regioni d’Europa che più profondamente conosce, nel proprio corpo collettivo, cosa significhi vivere sotto il peso della repressione sistematica.
Il franchismo vi esercitò per decenni una violenza di Stato metodica: torture nelle caserme, stati d’eccezione permanenti, esecuzioni.
Poi vennero gli anni del piombo, con l’ETA da un lato e i GAL dall’altro (i Grupos Antiterroristas de Liberación), squadre paramilitari finanziate dallo Stato spagnolo che assassinarono e fecero sparire persone nel silenzio complice delle istituzioni.
Quella stagione non è lontanissima. Chi oggi ha cinquant’anni nei Paesi Baschi è cresciuto in essa, di modo che la memoria della violenza istituzionale non è qui materia da libri di testo, ma insita nei racconti di famiglia e nel sospetto, mai del tutto sopito, verso l’uniforme.
È in questo contesto che va letta la carica all’aeroporto di Bilbao. Non come incidente o eccesso individuale di qualche agente, ma come un gesto che riattiva qualcosa di già conosciuto.
Importare dottrine di sicurezza da uno Stato straniero in un territorio con questa storia è una scelta che parla da sola.
Ci dice che la lezione non è stata imparata, o peggio, che è stata imparata fin troppo bene (e che qualcuno ha deciso di applicarla ancora).
C.L.Dias, 24 maggio 2026
Fonti
- Cadena SER: “La Flotilla de la Libertad acusa a la Ertzaintza de “exportar” la brutalidad israelí al aeropuerto de Bilbao” (25/05/2026)
- El Diario Vasco: “Cargas, porrazos de la Ertzaintza y detenciones en la llegada a Bilbao de activistas de la flotilla propalestina” (24/05/2026)
- El País: "El consejero de Seguridad vasco “lamenta” las cargas de la Ertzaintza a activistas de la Flotilla, pero habla de “provocaciones” (24/05/2026)
- EFE: “La llegada de activistas de la Global Sumud Flotilla al aeropuerto de Bilbao se produce entre altercados y cargas policiales” (23/05/2026)
- RTVE Noticias: “La Ertzaintza carga contra activistas de la Global Sumud Flotilla a su llegada al aeropuerto de Bilbao” (23/05/2026)
- El Correo: “Cuatro detenidos en Loiu en el recibimiento de la Flotilla propalestina” (23/05/2026)
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